fbpx
Clubhouse

ClubHouse, quel qualcosa di meno che ha qualcosa di più

Il mondo di ClubHouse in questo momento si divide tra chi l’ha provato e chi sta aspettando un invito: tutti gli altri non fanno parte del mondo di ClubHouse, perché semplicemente non ne sentono la necessità. C’è qualcosa che accomuna questa nuova app (indiscutibilmente, l’app del momento) agli esordi delle altre grandi app che hanno scritto la storia: quella sensazione di vuoto che si ha nell’entrarvi, un vuoto fatto di grandi spazi di potenzialità ancora tutti da colmare, e quella sensazione di esclusività che ti fa apprezzare il fatto di essere ancora pochi early-user.

Ma un social network non è tale fin quando non ci saranno miliardi di molecole all’interno per esplorarne ogni anfratto, per esploderne davvero il significato, spesso ben al di là di quanto gli stessi creatori non abbiano in mente. Ad oggi resta una “drop-in audio chat” (come da definizione) ma è del tutto chiaro che Clubhouse abbia intenti che vanno ben al di là di questo limitato perimetro.

Clubhouse

Cosa sia Clubhouse è qualcosa che sfugge ad una reale definizione sia in quanto strumento molto semplice, sia perché – as usual – fa parte di quegli strumenti che “per capirlo bisogna provarlo“. Lo si può ricondurre ad una chiamata telefonica di gruppo, oppure ad un gruppo Facebook in forma vocale, oppure ancora ad una trasmissione radiofonica ad ingresso libero. Sicuramente occupa uno spazio che ancora era libero e lo fa nell’ottica di quel “less is more” che spesso in passato ha funzionato.

Nessun pensi di essere in ritardo: inutile rincorrere gli inviti, arriveranno per tutti e presto o tardi l’esclusività non sarà più tale in virtù di una estensione al mondo Android che ad oggi ancora manca.

Chiedersi se sarà il nuovo grande social network del futuro è altrettanto futile, perché non ci si intenderà mai neppure sul significato di “grande social network”. Come giudichiamo Twitter, ad esempio? Numeri minimi rispetto a molti altri social, redditività minima rispetto a molti altri brand, eppure considerato un tassello irrinunciabile in molti contesti. Clubhouse, semplicemente, deve trovare la propria dimensione e trasformarla in modello di business: da questo punto di vista gli obiettivi sono ancora molto lontani.

L’app ancora non era nata che già ci si poneva un sacco di domande: la privacy? Il business? Il ruolo? Il futuro? Il che equivale a chiedersi di fronte ad un neonato “che lavoro farà da grande”? La domanda andrebbe ribaltata: invece di “cosa può diventare Clubhouse”, ci si potrebbe chiedere “cosa posso fare io con Clubhouse?”. La sensazione è che in molti se lo stiano in effetti chiedendo, passando ormai ore su Stanze che parlano di marketing e Clubhouse, social media e Clubhouse, advertising e Clubhouse, influencer e Clubhouse, ogni giorno della settimana, a qualsiasi ora del giorno (e della notte). Si tratta di un investimento personale abnorme, tanto che non è raro chiedersi quanto tempo abbiano certe persone da “perdere” (o da investire che dir si voglia). “As usual” – di nuovo – il social network inizia con il parlare di sé stesso, con una community che parla di sé stessa: una metacomunicazione che equivale al bambino che si guarda allo specchio ed impara a conoscersi, maturando una fondamentale coscienza di sé.

Come ogni bambino, Clubhouse ha caratteristiche innate e grandi possibilità, ma non è detto che sarà in grado di svilupparle. Una sensazione: per stuzzicante che possa essere, resta un social network che ad oggi non ha contenuti permanenti e che obbliga all’ascolto (dote che in troppi hanno ormai perso). Clubhouse, insomma, ad oggi è una piattaforma che necessita di troppo investimento in proporzione a ciò che può offrire. Un grande podcast impegnativo, una grande radio con meno musica, un grande auditorium con troppi speaker autoreferenziali. Chi ne è fuori non si sta perdendo granché, ma chi ne è dentro può facilmente intuire che resti un grande spazio ancora tutto da dipingere. Quanto spazio c’è ancora per la musica live? E per la politica? Perché non sfruttarlo per gli eventi o l’associazionismo? Cosa succederà quando arriveranno gli influencer? Sicuramente il sesso troverà un suo ruolo, ma come? Quali saranno i primi brand ad esplorarne le potenzialità?

Se vogliamo discuterne, potremmo farlo su Clubhouse. Ma non avremmo aggiunto nulla a quel che su Clubhouse già si sta facendo.

Buona vita, Clubhouse.

FONTE

iscriviti alla newsletter